OFFICINE JONIKE ARTI: ELEKTRA

“L’odio è vuoto: divora tutto e divora se stesso. Anche l’amore è vuoto: ha mani come fiamme che non afferrano nulla veramente. Anche il pensare è nulla e tutto quello che esce dalla bocca non è che aria senza alcun potere. Felice è solamente chi può compiere l’azione.” L’attesa del compimento dell’azione logora l’esistenza di Elettra, sacrifica la sua giovinezza ad un destino prescritto. Elettra riceve un marito dalle mani paterne: l’odio. L’assassinio di Agamennone grida vendetta, e non importa se per raggiungere l’obiettivo l’attesa dura tutta una vita. Ma dopo il gesto estremo del matricidio, la volontà di sopravvivenza nutrita soltanto dall’odio vendicatorio si consuma. Oltre questo c’è il vuoto. La tragedia, scritta nel 1904 da Hugo Von Hoffmannsthal (Vienna 1874 – 1929), riprende il dramma del matricidio compiuto da Oreste e atteso con violenta determinazione da Elettra. L’Elettra di Hofmannsthal sembra accostarsi maggiormente all’Elettra di Sofocle, per struttura di composizione e per rilevanza data ad alcuni personaggi piuttosto che ad altri. Il mito di Elettra nella scrittura di Hofmannsthal si sviluppa in chiave psicanalitica, rende le figure femminili protagoniste assolute, deforma i legami familiari. Aldilà di ogni canone classico, la ricerca che sta alla base dello spettacolo, nell’imporre il raggiungimento della verità di un difficile dramma umano, predilige l’utilizzo di piani espressivi eterogenei che rappresentano un valido punto di partenza per restituire al pubblico la visione di una suggestiva rivisitazione del celebre mito. Su un impianto che non sacrifica la drammaturgia di Hofmannsthal, la messinscena alterna e sovrappone alla recitazione degli attori in scena inserti video che offrono una particolare articolazione del dramma verso una resa di autentico impatto emozionale e di stimolante ricerca formale. Commistione di teatro e video, di prosa e filmati. Un tentativo di esprimere il non detto, di catturare lo sguardo dello spettatore su dettagli, primi piani, atmosfere. Durante lo spettacolo, inglobati dentro un’essenziale scenografia, vengono proiettati a singhiozzi, innesti video che, senza intaccare l’unità dell’evolversi della storia, rivelano “altro” creando una fusione tra interpretazione attoriale e interpretazione registica. Il dramma si consuma senza interruzioni tra un mezzo espressivo e l’altro.

I filmati si ispirano agli antefatti del testo, esprimono le deformazioni dei personaggi, tradiscono il disordine ambiguo del dramma. Il contrasto tra Elettra e Clitennestra, che occupa la parte centrale della tragedia, viene reso in video per catturare le complesse sfaccettature dei personaggi ma anche per tentare di cogliere attraverso i movimenti di macchina lo stato d’essere di ambientazioni e suggestioni. Utilizzando il linguaggio cinematografico, il ritmo della scena inesorabilmente rarefatto si compone attraverso forti chiaroscuri fotografici. Emerge così, in una tetra atmosfera di decadente attesa, la profonda lacerazione tra Elettra e la madre “che divora la sua stessa progenie”. Musiche e suoni contemporanei svuotati da ogni facile sentimentalismo, diventano gelidi testimoni di una tragedia che diventa intima, inesorabilmente attuale: il matricidio come cronaca terrificante di un destino umano. L’antefatto tragico dell’uccisione di Agamennone al ritorno trionfale dalla guerra di Troia, getta nel palazzo, governato dai due complici assassini Clitennestra–Egisto, un sentore di morte e di sorda attesa vissuta dai singoli personaggi in modo contrastante e solitario. Un’atmosfera di decadente romanticismo aleggia sui protagonisti consumati da un’attesa di inconcludente angoscia. E’ l’attesa di qualcuno o qualcosa che sembra accomunare Elettra a Crisotemide ed Elettra a Clitennestra, nonostante la profonda incomprensione che divide le due sorelle e l’implacabile odio nutrito da Elettra verso la madre. Attesa di azione vendicatoria per Elettra. Attesa di una fuga liberatoria per Crisotemide. Attesa di serenità scevra da incubi e paure per Clitennestra.

Elettra, che per i suoi vaticini vendicatori è ridotta in schiavitù da Egisto e Clitennestra, attende da anni Oreste allontanato dalla reggia per mano materna quando ancora era un bambino. Clitennnestra vive con terrore il possibile ritorno del figlio ormai cresciuto. Alienata da incubi sinistri, cerca di esorcizzare il proprio stato con la connivenza di ancelle fattucchiere, ansiose di risolvere gli enigmi persecutori che attanagliano la loro regina. Ma i sacrifici di animali, di uomini e donne non bastano a sedare gli dei: l’incubo non cessa. Elettra ha la risposta: è la stessa madre assassina a dover morire. Clitennestra e il suo seguito, per il peso dell’assassinio di Agamennone, diventano fantocci disfatti dalla superstizione e dal potere usurpato. Crisotemide fugge alla loro vista, Elettra sfida fieramente la loro autorità menzognera come colei che sa, esasperando le sue grida assetate di vendetta. Le angosce delle tre donne protagoniste si incrociano così sfiorandosi in contrasti acerbi. E’ sempre Elettra ad essere interpellata: dall’ innocente e malinconica Crisotemide da una parte e dalla madre Clitennestra che “…divora la sua stessa progenie” dall’altra. Nei dialoghi che si susseguono con impennate di ritmo e cadute di pause rilevatrici di agghiaccianti verità riposte, i legami affettivi appaiono repressi da forze oscure, inquinati da colpe ataviche e gesti quasi rituali, inconsci, che sorprendono gli stessi personaggi, testimoniando la presenza di un rarefatto amore familiare morbosamente reciso da destini prescritti. Il legame tra Elettra e il padre ucciso, traspare spesso dalle parole della protagonista “… sono gelosi i morti. Lui voleva ch’io ricevessi un marito dalla sua mano paterna e mi ha mandato l’odio dagli occhi cavi.

Agamennone sacrifica la giovinezza di Elettra all’odio vendicatorio, privandola dell’amore di un altro uomo. Sono tutti cenni psicanalitici che nel corso dell’opera riaffiorano a tratti violenti, a tratti velati dalla forza poetica della scrittura di Hofmannsthal. La notizia della presunta morte di Oreste, recata da due sconosciuti messaggeri, sembra porre fine all’attesa. Due esiti differenti seguono il cambio di situazione: da una parte si assiste alla disperazione delle due sorelle, dall’altra alla gioia quasi orgiastica di Clitennestra. Elettra, dopo un iniziale smarrimento, abbraccia lucidamente una violenta determinazione. La vendetta deve essere compiuta. E se Crisotemide fugge terrorizzata dal disegno sanguinario della sorella, ecco la soluzione: “…e sia! Allora sola!”. Un colpo di scena subentra a fermare Elettra: il più giovane dei due sconosciuti messaggeri è Oreste. Entrato con l’inganno nella reggia, Oreste deve compiere il “dovere” prescritto. La stirpe di Agamennone deve agire per placare i lamenti del padre. E sebbene Oreste in Hofmannsthal (come nella scena successiva Egisto) rispetto alle figure femminili rimane tratteggiato e non scalfito, tuttavia si intuiscono palesemente le gravità psicologiche del personaggio su cui incombe il fardello del matricidio da commettere.

“…felice è solamente chi può compiere l’azione!” sentenzia Elettra. L’azione è l’uccisione di una madre mai conosciuta, ma il solo legame filiale con quella “…bestia che divora la sua stessa progenie” basta ad atrofizzare Oreste. Ancora una volta è Elettra con la sua

determinazione a trasmettere al fratello la forza sufficiente perché il necessario venga realizzato. L’uccisione di Clitennestra prima e di Egisto dopo rientrano nella legge del taglione: il sangue versato esige altro sangue. “L’azione” di Oreste ristabilisce l’ordine regale familiare. Il trionfo esplode nella reggia. Crisotemide raggiante di gioia raggiunge Elettra che è distesa, immobile. Vorrebbe alzarsi per iniziare la danza trionfale in onore di Agamennone. L’ultimo grido di Egisto ha però consumato ogni sua energia.

“Felice è solamente chi può compiere l’azione!… l’odio è vuoto… divora tutto e divora se stesso.” Elettra ebbra di felicità è anche priva di forze, divorata dall’attesa e dalla conclusione dell’attesa. La danza tanto anelata non arriva. I suoi movimenti scoordinati la conducono alla morte tra le braccia di Crisotemide. La morte di Elettra è la grande variante del testo di Hofmannsthal rispetto agli scritti classici. L’obiettivo raggiunto, il gesto estremo e concluso, annichiliscono la volontà nutrita soltanto dall’odio vendicatorio. Oltre questo c’è il vuoto.

Officine Jonike Arti: ELEKTRA

di Hugo Von Hofmannsthal

Regia di Americo Melchionda

Interpreti in scena

Maria Milasi (Elettra)

Kristina Mravcova (Crisotemide)

Americo Melchionda (Oreste)

Maurizio Spicuzza (Egisto)

Interpreti in video

Donatella Venuti (Clitennestra)

Giuseppe Luciani (Precettore) 

 

Costumi

Maria Concetta Riso

Regia Video

Americo Melchionda

Realizzazione Video

Ram Film

Una Produzione Officine Jonike Arti

Dedicato al caro amico Giuseppe Luciani.